London Craft Week

09/05/2015

IMG_20150509_081550Questa settimana, tra Bloomsbury e Mayfair, si è inaugurata la prima edizione di London Craft Week. La nuova iniziativa, indipendente e senza fini di lucro, è stata istituita per celebrare l’artigianato in città.
Nata da un’idea di Vacheron Constantin, e supportata da vari partner strategici, tra i quali il Sindaco di  Londra ed il Crafts Council, London Craft Week mira a svelare spazi nascosti e poco noti, accanto a celebri negozi e marchi di lusso, e dare spazio all’estro creativo di artigiani e produttori.
Un nutrito programma di aperture, attività, manifestazioni e mostre, consente un doppio scambio: da un lato i responsabili, che possono mostrare le loro capacità e condividere le loro conoscenze; dall’altro, i visitatori, che, oltre ad avere accesso speciale a studi e laboratori, gallerie e negozi, potranno anche cimentarsi in prima persona.
Trovandomi a Bloomsbury, ho fatto un salto da L. Cornelissen & Son, storico negozio di materiali artisitici, fondato nel 1855 e ancora presente nella sua antica sede di 105a Great Russell Street. Il negozio, che da solo merita una visita, è specializzato nella fornitura di pennelli, materiali di stampa, carta, tele e pigmenti.
Per London Craft Week, Cornelissen aveva organizzato un’interessante dimostrazione sulla costruzione delle tele di artisti e anche una sulla realizzazione di tabelle del colore, molto utili.
Dal negozio di furniture per artisti alla ArtWorkers Guild il passo sembrava quasi obbligato, anche in senso geografico. Mi sono dunque recata al numero 6 di Queen Square, una bella piazza con giardino, risalente alla prima metà del XVIII secolo e circondata di interessanti edifici georgiani.
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Quello in cui si trova la ArtWorkers Guild, fu acquistato nel 1912 e modificato per ospitare una bella sala riunioni sul retro. La corporazione, che riunisce distinti artigiani, artisti e designer, venne fondata nel 1882, per promuovere i più alti standard di eccellenza in tutte le arti applicate. Membri illustri furono il designer ante-litteram William Morris, fondatore del movimento delle Arts and Crafts, Sir Edwin Lutyens, celebre architetto, e l’illustratore Walter Crane, uno dei pionieri del Liberty. La Gilda consta di circa trecento membri che frequentano regolarmente le riunioni quindicinali per ascoltare conferenze nella sala, che però è utilizzata anche da altre organizzazioni, molte delle quali sono direttamente collegate agli interessi dellaArtworkers Guild, come ad esempio la Victorian Society. La sede di Queen Square è normalmente aperta al pubblico solo in occasione di London Open House, quindi va a London Craft Week il merito di aver rinnovato, per un pomeriggio, l’accesso a questo luogo storico e speciale.


Falso d’Autore a Londra

01/05/2015

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La Dulwich Picture Gallery è la più antica pinacoteca pubblica, fondata nel 1811 per ospitare capolavori di grandi artisti come Rubens, Rembrandt, Tiepolo e Poussin. La collezione fu assemblata nel XVIII secolo e avrebbe dovuto far parte della quadreria del re di Polonia, ma le cose andarono diversamente e i dipinti furono donati al Dulwich College. All’inizio di quest’anno, la pinacoteca londinese ha dato vita al progetto ‘Made in China’, ideato dall’artista concettuale Doug Fishbone.
Assieme al curatore Xavier Bray, Fishbone ha acquistato online dalla Meishing Oil Painting, una compagnia manufatturiera della Cina meridionale, la copia di un dipinto della collezione. Il dipinto, realizzato a mano e in scala leggermente diversa, da uno dei 150 artisti impiegati nella compagnia cinese, è costato l’equivalente di 70 sterline, incluse le spese di spedizione.
In Cina, il commercio di dipinti eseguiti nello stile dei grandi maestri è un business molto florido e le richieste pervengono da tutto il mondo via internet.
La replica del dipinto della Dulwich Picture Gallery è stata appesa al posto dell’originale e i visitatori sono stati invitati a scoprire l’intruso tra gli oltre 200 capolavori della collezione. Impresa non facile; infatti, su oltre 3000 segnalazioni, solo il 10% dei partecipanti ha indovinato quale fosse il falso d’autore.
Qualche giorno fa, l’originale del “Ritratto di Giovane Donna” di Fragonard è stato finalmente rimesso al suo posto, affiancato  dalla copia cinese contemporanea. I due dipinti, resteranno fianco a fianco per un paio di mesi, così da permettere i confronti.
L’esperimento si è rivelato, non solo l’occasione per molti visitatori di esercitare il loro sguardo critico e di interagire attivamente con i dipinti della collezione, ma anche un’ottima trovata pubblicitaria. Negli ultimi mesi, infatti, le visite alla Dulwich Picture Gallery si sono quadruplicate, permettendo al pubblico di ammirare le opere dei grandi maestri, nonché il lavoro di un anonimo artista cinese.


Visita all’Old Palace di Croydon

10/04/2015

IMG_20150409_163842Croydon Palace, conosciuto oggi con il nome di Old Palace, fu la residenza estiva dell’Arcivescovo di Canterbury per oltre 500 anni.
Gli edifici sono ancora in uso e fanno parte della Old Palace of John Whitgift School, una scuola privata femminile.
Quest’anno è anche il cinquantesimo anniversario dell’organizzazione benefica  The Friends of The Old Palace, il cui scopo è quello di promuovere l’interesse nell’antico maniero, raccogliendo fondi per la manutenzione ed il restauro. Grazie a questa associazione, è possibile visitare l’Old Palace in alcune date dell’anno, seguendo un ottimo tour guidato di due ore, che include anche tè e tortine serviti nella sala dei banchetti. Il maniero di Croydon faceva parte di una serie di proprietà dell’Arcivescovo, che si trovavano disseminate lungo il tragitto da Canterbury a Londra. La residenza esisteva già in epoca sassone (IX secolo) e fu censita nel Domesday Book del 1086 come Croindene. La residenza ospitò visitatori illustri, come Enrico III, Caterina d’Aragona e la regina Elisabetta I, che vi fu presente almeno tredici volte, con il suo ampio seguito di damigelle. Il palazzo sopravvisse vari eventi, come la dissoluzione dei monasteri indetta da Enrico VIII (semplicemente perché non vi era un convento), la Guerra Civile Inglese (1642–1651), che lasciò gli edifici indenni, a parte la perdita di un organo e delle vetrate della chiesa, e il Blitz del 1940, che invece portò tanta devastazione a Croydon, più che in altre parti del Paese. Il declino del complesso iniziò nel XVIII secolo. Nel 1780, molte parti del Palazzo furono vendute, altre demolite. La sala dei banchetti e a biblioteca furono riutilizzate come fabbriche e stamperie. Finalmente, verso la fine del XIX secolo, un ordine di monache anglicane restaurò gli edifici, creando una scuola per ragazze.
Il complesso è molto interessante, un vero palinsesto di epoche e stili diversi, che il tour riesce a svelare in pieno. Si passa dalla Grande Sala del XIV secolo, costruita dall’Arcivescovo John Stafford (una delle più belle sale medievali del sud dell’Inghilterra, coperta da un complesso sistema di travature arcuate in legno di quercia) alla bella sala delle guardie (oggi biblioteca) voluta da Thomas Arundel, proseguendo con la cappella del XV secolo, gli appartamenti che nel 1573 ospitarono Elisabetta I, fino alle fondamenta normanne, di cui si osservano murature in pietra e pilastri lignei con capitelli a foglie d’acqua, nella cripta del XII secolo (odierna sala professori). wpid-wp-1428655306604.jpeg
Il tour non tralascia nemmeno gli esterni, perché le murature sono molto interessanti e di epoche diverse. Così il giro dei cortili offre una vista ravvicinata delle strutture murarie del XIV secolo, mostrando l’utilizzo della pietra focaia nella finestra della sala delle guardie e svelando il motivo di mattoni rossi e neri di epoca Tudor. Oltre alle visite private organizzate, l’Old Palace di Croydon è aperto al pubblico durante il weekend di London Open House.


Hot Cross Buns: i panini dolci del Venerdì Santo

03/04/2015

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Gli Hot Cross Buns sono dei panini dolci e speziati, segnati da una croce, che vengono tradizionalmente consumati il Venerdì Santo. Le origini di questo dolce sono molto antiche. La marcatura a forma di croce dei pani risalirebbe al mondo classico, quando, sia in Grecia che nell’Impero Romano, le forme contrassegnate in questo modo, consentivano ai commensali di dividere facilmente le pagnotte in quattro pezzi. Tuttavia, l’hot cross bun pasquale è più probabilmente nato in epoca medievale, quando in Inghilterra, in giorni di particolare significato liturgico, tra cui il Venerdì Santo, panini o torte venivano distribuiti ai fedeli, soprattutto a quelli più bisognosi. Mentre gli hot cross buns si trovano al supermercato tutto l’anno, l’antica tradizione rivive a Pasqua, nel cuore della City. La mattina del Venerdì Santo, una piccola moltitudine si riunisce intorno ad una tomba orizzontale, nel sagrato della chiesa di San Bartholomew the Great, la più antica parrocchiale di Londra, risalente agli inizi del XII secolo e miracolosamente sopravvissuta fino ai nostri giorni. L’occasione per questo convegno, si deve all’antica usanza di distribuire hot cross buns e sei pence d’argento alle povere vedove della parrocchia. Nel 1887, l’editore legale Joshua Butterworth creò un’istituzione senza fini di lucro, The Butterworth Charity, per garantire il futuro di questa cerimonia stabilendo, per il Venerdì Santo di ogni anno, la distribuzione del denaro (circa 20 pence odierni) a ventuno vedove povere, e spendere il resto dei dividendi in panini dolci da dare ai bambini della parrocchia. Questa mattina, nuvolosa ma non fredda,  riuniti nel sagrato, abbiamo assistito ad una piccola processione, che includeva i prelati ed i coristi della chiesa. Dopo gli inni, le preghiere, il sermone, e la donazione di 20 pence all’unica vedova presente, si è giunti alla tanto attesa distribuzione degli hot cross buns. Tre ceste di panini, che erano stati tagliati in due ed imburrati su ambo i lati, sono state fatte circolare tra gli astanti e divorate con gusto sia dal clero che dai fedeli.IMG_20150403_173502


Gli albori della fotografia, in mostra a Londra

31/03/2015

talbotSono andata alla Tate Britain a vedere Salt and Silver, una mostra in programma fino al 7 giugno. Organizzata in collaborazione con il Wilson Centre of Photography, l’esposizione si svolge in quattro sale tematiche, permettendo al visitatore di ammirare una serie di delicatissime e, a volte, poco conosciute, foto ai sali d’argento, realizzate alla metà del XIX secolo.
I primi esempi di fotografie stampate su carta trattata con sali d’argento furono prodotti da William Henry Fox Talbot, mentre si trovava in viaggio di nozze a Lacock Abbey, e, assieme alla moglie, si dilettava disegnando il paesaggio, mediante l’uso di una camera oscura. Talbot pensò che sarebbe stato interessante poter imprimere realisticamente la scena che aveva davanti, in modo permanente. Spalmando la carta con una soluzione di sale da cucina, e nitrato d’argento, che alla luce del sole si sarebbe scurita, mantenendo invariate le zone d’ombra, egli inventò un negativo, che, poggiato su un altro foglio bagnato di sali d’argento e nuovamente esposto alla luce, gli permise di otttenere la prima stampa fotografica. Era il 1839. Oltremanica, in Francia, Louis Daguerre aveva già ottenuto risultati simili, utilizzando però una lastra di rame, su cui aveva applicato una foglia d’argento, che veniva sensibilizzata alla luce per mezzo di vapori di iodio. I due metodi convissero parallelamente, sotto il nome di Calotipo e Dagherrotipo.
Tuttavia, le stampe di Talbot, incontrarono i favori di chi cercava un effetto più delicato e artistico, che potesse rivaleggiare con le stampe tradizionali.
Questi effetti particolari si evincono immediatamente dalle fotografie in mostra, eseguite tra il 1843 ed il 1845. Un grande olmo viene immortalato da Talbot alla stregua di un ritratto illustre, ma la sovraesposizione tradisce l’incapacità del nuovo mezzo di fissare le nuvole in cielo, che appare vagamente chiazzato, ma non per questo meno affascinante.
Nei suoi esperimenti, Talbot si era reso conto che, gli oggetti scuri o di colore blu, influenzavano la carta sensibile proprio come quelli bianchi. Invece, gli oggetti tendenti al verde, lasciavano un’impronta meno definita. Questo, aveva ovviamente delle chiare implicazioni nell’applicazione della fotografia al paesaggio.
È interessante notare come, trent’anni prima dell’Impressionismo, i pionieri della fotografia, si cimentassero en plein air, negoziando luci e geometrie.
Uno dei primi studi fotografici di successo fu quello di David Octavius Hill e Robert Adamson, aperto ad Edinburgo a metà degli anni quaranta. Di loro, ci restano circa trecento fotografie di uomini e donne del villaggio di pescatori di Newhaven, che catturano poeticamente il duro lavoro quotidiano ed una certa fierezza dei costumi.
Nel 1851, di nuovo in Francia, Louis Désiré Blanquart-Evrard, inventò la stampa all’albume. Uno strato trasparente di chiara d’uovo bastava a fissare i sali d’argento, permettendo così una produzione “di massa” delle stampe fotografiche ed il lancio di pubblicazioni illustrate. La fotografia allora si diversificò ancora di più, documentando paesaggi esotici, rinvenimenti archeologici, guerre, monumenti, nudi artistici e ritratti, questi ultimi nel popolare formato carte de visite. È a questo punto che si chiude la rassegna londinese, prima che il calotipo e l’albumina spariscano, soppiantati dalla stampa al collodio e l’avvento del primo genere di istantanee.


I funerali di Riccardo III, in ritardo di 530 anni

29/03/2015

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Vi ricordate lo scheletro del parcheggio, ritrovato dopo uno scavo archeologico, condotto a Leicester da un gruppo di archeologi e storici entusiasti?
Si sapeva per certo che in quel luogo un tempo sorgeva il convento francescano di Greyfriars, dove il corpo del re Riccardo III era stato sepolto in una fossa comune. Lo scheletro venuto alla luce mostrava forti segni di scoliosi e ferite da taglio al cranio, compatibili con la morte del sovrano nella piana di Bosworth, alla fine della Guerra delle Due Rose.
A febbraio 2013, gli esperti dell’Università di Leicester avevano confermato, tramite i test del DNA, che il corpo era sicuramente quello di Riccardo III, ultimo re Plantageneta.
Morto in battaglia, all’età di 32 anni, Riccardo fu l’unico sovrano d’Inghilterra a non ricevere degna sepoltura, e venne gettato in una fossa anonima dai suoi nemici della casata Tudor.
Alla damnatio memoriae contribuì anche il ritratto impietoso lasciatoci da William Shakespeare, che lo rappresenta come un monarca gobbo e malvagio.
Finalmente, dopo oltre cinque secoli, questa settimana Riccardo III ha ricevuto una solenne sepoltura, con la dignità che non ebbe in quel lontano agosto del 1485.
L’evento, trasmesso in televisione dall’emittente Channel 4, ha rappresentato un momento importante per la Richard III Society, un’associazione dedita a promuovere la buona reputazione di un re d’Inghilterra infamato nel corso dei secoli, proprio a causa della popolarità del ritratto shakespeariano. Philippa Langley, segretaria della sezione scozzese della società, la quale aveva intuito che i resti del re si trovavano sotto al famigerato parcheggio di Leicester,  è stata responsabile della raccolta fondi per finanziare gli scavi archeologici, che hanno effettivamente restituito le spoglie del re. Durante i funerali, avvenuti giovedì scorso, nella cattedrale di Leicester, sono state intonate preghiere per tutti i caduti della guerra delle Due Rose e della battaglia di Bosworth, dove anche Riccardo cadde ucciso. La cerimonia funebre, è stata guidata dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby e vi hanno presto parte leader cattolici, e di altre religioni, così come i membri della famiglia reale d’Inghilterra (ma non la Regina, che però ha inviato un messaggio). Il vescovo di Leicester, Tim Stevens, ha detto che non ci si stava radunando per giudicare l’operato del re, ma per dargli la sepoltura onorevole che gli fu negata secoli fa.


A Londra, una mostra di ventagli per il bicentenario di Waterloo

12/03/2015

IMG_20150309_212755Ci sono molti modi di raccontare la storia: gli eventi possono essere ricostruiti tramite  mappe, documenti, lettere, immagini, testimonianze,  oppure oggetti di vario tipo. Waterloo: Life and Times, al Fan Museum di Greenwich, è una mostra di ventagli realizzati durante l’epopea napoleonica, alcuni addirittura per commemorare importanti campagne militari, francesi o inglesi, fino alla battaglia di Waterloo, che, nel 1815, vide le truppe napoleoniche sconfitte dagli eserciti alleati. Lontano dai campi di battaglia, la storia si intreccia con la moda e gli oggetti d’arte decorativa, e lo scenario sociale ruota intorno a balli ed assemblee mondane. Queste occasioni di ritrovo erano gli eventi a cui non mancare, tanto a Parigi, quanto a Londra.  Memorabile resta il ballo organizzato dalla duchessa di Richmond alla vigilia della battaglia di Waterloo, evento a cui presero parte ospiti di eccezione come il principe d’Orange, il duca di Brunswick e lo stesso Wellington.
L’atmosfera gaia e spensierata di questo ballo, iniziato alle dieci della sera del 15 giugno, fu drammaticamente spenta dalle notizie della battaglia imminente e dal congedo immediato di molti dei partecipanti, tanto che, il giorno seguente, alcuni ufficiali si recarono alla battaglia di Quatre Bras senza aver avuto tempo di cambiarsi uniforme.
Durante balli meno drammatici di questo, oppure serate a teatro o riunioni mondane, le signore portavano ventagli eleganti, più piccoli dei loro predecessori settecenteschi, decorati riccamente da paillettes, oppure dipinti con scene di gusto neoclassico.
I vestiti stretti, a vita alta, non potendo ospitare tasche voluminose, portarono alla comparsa di borse ricamate e di ventagli, che potevano esservi comodamente inseriti. Questi ventagli, di dimensioni ridotte, furono molto popolari durante il periodo Regency, sia nella versione tradizionale, che nelle due forme brisé (un ventaglio composto solo di stecche decorative) o a coccarda (un ventaglio pieghevole che poteva essere aperto a 360 gradi).
La popolarità dei nuovi ventagli, intagliati o forati, per dare l’illusione della filigrana o del pizzo, probabilmente fu determinata dall’utilizzo di stecche simili, più o meno decorate, che richiedevano un’intensità di lavoro minore.  La loro semplicità ben si accordava con le forme meno elaborate dei vestiti.  Inoltre, a seguito degli ideali democratici delle rivoluzioni americana e francese, i ventagli divennero alla portata delle classi meno abbienti, grazie all’impiego di materiali economici (corno ed osso invece dell’avorio o della tartaruga), o di carte o tessuti stampati invece che dipinti.
Nella mostra londinese, si trovano sia ventagli glamour, pubblicati su riviste di grido come La Belle Assemblée o Ackermann Repository, sia quelli di propaganda, che rappresentano Nelson, Wellington, Napoleone e altre figure eroiche del periodo. A volte, però, si trovano esemplari ‘misti’ come  il ventaglio francese a coccarda, in avorio, lustrini e bordure dorate, risalente al 1805, che, indirettamente, rimanda al sole della battaglia di Austerlitz, o quello del 1816, decorato con le violette, simbolo Bonapartista. Interessante notare come questo ventaglio mostri le stecche visibili sul verso. Si tratta di una montatura detta à l’Anglaise, in uso in Gran Bretagna durante l’embargo napoleonico, per risparmiare sul costo della carta, e ora impiegata nella Francia post Waterloo.
IMG_20150312_084036Alcuni esemplari, sia brisé che a coccarda, sono forniti di un ingegnoso, quanto minuscolo cannocchiale, inserito nell’impugnatura e utilissimo per le serate all’opera o per guardarsi intorno in altre occasioni.
Ai ventagli si affiancano altri oggetti raffinati: vestiti, accessori e porcellane francesi, queste ultime in prestito dal Bowes Museum di Barnard Castle, nel nord Inghilterra.
La mostra offre una prospettiva unica su un periodo spesso trascurato, esponendo una gamma di ventagli e di stili in voga tra il 1800 e il 1820, quando, a Restaurazione ormai avvenuta, cominciano a comparire motivi ogivali, inserti di opalina e decorazioni tipiche dell’era Romantica. E si evince, come, nonostante tutto, la Francia domini ancora la moda europea.


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