Campi di Lavanda vicino Londra

03/08/2016
img_2091.jpgIn queste giornate di effimera estate inglese, è possibile trovare un angolo di Provenza a meno di quindici miglia dal centro di Londra.
Mayfield Lavender Farm è un campo di lavanda, che occupa una superficie di dieci ettari, nei pressi di Banstead, in Surrey. Ci si arriva comodamente in treno o in autobus, da Croydon.
Il lavandeto nasce da un’idea di Brendan e Lorna Maye, inizialmente con lo scopo di resuscitare una linea di profumi e saponette dell’azienda per cui lavoravano, Yardley of London, attiva dal 1770. Yardley ha finanziato il campo di lavanda fino al 2005, in seguito, i coniugi hanno proseguito in proprio, aprendo anche un negozio, dove vendere prodotti, dai saponi, agli oli essenziali, dai profumi alle marmellate, tutto esclusivamente a base di lavanda.
Il campo è in piena fioritura per circa dieci settimane, tra giugno e settembre, con il picco tra metà luglio e inizio agosto. La lavanda è coltivata biologicamente e le erbacce sono eliminate rigorosamente a mano.
Il lavandeto è aperto al pubblico (ingresso: una sterlina) e c’è anche un bar dove rifocillarsi, o assaggiare delizie alla lavanda prodotte dall’azienda, tra cui muffins, limonata e gelato.
Il momento migliore per la visita è di mattina presto (Mayfields apre alle 9:00), quando ci sono pochissimi visitatori e tra i cespugli si aggirano api indaffarate. Ci si può allora perdere nell’azzurro violaceo dei fiori, immersi nel loro inebriante e rasserenante profumo.

I 350 anni del Grande Incendio di Londra

29/07/2016
img_2089.jpgNelle prime ore del 2 settembre 1666, complici un’estate secca e un vento molto forte, dal forno della panetteria di Thomas Farriner, in Pudding Lane, si sprigionò uno degli incendi più distruttivi nella storia dell’Europa occidentale.
Il Grande Incendio di Londra rase al suolo 13.000 abitazioni, 87 chiese, la cattedrale di St Paul’s e quattro quinti della città.
Il Museum of London, in occasione dei 350 anni da quel terribile evento, ha messo in mostra una rievocazione interattiva dell’Incendio e delle sue conseguenze.
L’esposizione è pensata sia per gli adulti che per i bambini, affiancando a dipinti, manufatti, documenti e reperti archeologici, spazi accattivanti, dove maneggiare oggetti, provare costumi, immaginarsi architetti, combattere il fuoco per mezzo di un videogame ed osservare l’evolversi dell’Incendio grazie alla mappa proiettata su di un enorme pezzo di pane.
Pudding Lane, ricostruita virtualmente all’inizio della mostra, faceva parte di un reticolo di stradine e vicoli maleodoranti, con case di legno dalle facciate aggettanti, vicinissime l’una all’altra. Molti degli occupanti erano commercianti che trattavano merci infiammabili come pece, olio, canapa, lino, legname e carbone.
Dal sottofondo di suoni e rumori, si leva il crepitio sempre più forte e fragoroso delle fiamme, interrotto qua e là da commenti illustri, di chi fu testimone del momento, come John Evelyn e Samuel Pepys. Quest’ultimo ci racconta di vetro fuso dal calore, piccioni senza più ali in caduta libera, gatti malconci tratti in salvo dai camini, infermi portati via sulle loro brande, gente in fuga che salvava quello che poteva: forzieri, vivande, libri, virginali. Lo stesso Pepys scavò un buco in giardino, per salvare dalle fiamme bottiglie di vino, documenti e una prelibata forma di parmigiano! Gli scavi archeologici condotti a Pudding Lane e in altri luoghi della City, hanno restituito chiavi, uncini ed utensili fusi assieme dalle alte temperature, ceramiche bollite ed annerite dalle fiamme, materiali irriconoscibili, che si possono toccare, esplorare sotto le lenti di un microscopio, individuare ai raggi x.
I mezzi per spegnere l’incendio erano piuttosto rudimentali, si andava dai secchi ai bastoni uncinati, dalle pistole ad acqua alle botti di legno montate su ruote, antesignane delle moderne autopompe. Forse, la soluzione più drastica ed efficace, fu quella di far saltare in aria le case con la polvere da sparo, per tagliare l’avanzata delle fiamme. Tuttavia, il calare del vento, fu determinante e facilitò soldati ed ausiliari nell’opera di spegnimento.
Nonostante l’enorme portata della catastrofe, il Re Carlo II, il governo, la città e i londinesi stessi, reagirono con coraggio e pazienza, affrontando le perdite con spirito positivo. La seconda parte della mostra si concentra sulla ricostruzione, con una serie di documenti vari, tra cui proclami, piante, disegni, stampe e missive.
Una speciale legge emanata dal Parlamento (Rebuilding Act 1666) assicurò che la ricostruzione della città di Londra avvenisse secondo regole anti-incendio, con l’obbligo di utilizzare pietra e mattoni per case ed edifici. La città, nonostante progetti urbanistici ambiziosi e di vario genere, risorse più o meno seguendo il tracciato del tessuto medievale. Un secondo Rebuilding Act, nel 1670, prevedeva la ricostruzione di St. Paul’s e cinquantuno chiese. Christopher Wren, assistito da Robert Hooke ed altri architetti e mastri muratori, fu responsabile del progetto. Non solo il tessuto urbano, ma anche l’orizzonte della città cambiò significativamente, e vide il sorgere di una selva di torri e campanili, tutti diversi, oltre alla maestosa cupola della cattedrale. Questa nuova città fu molto ammirata dal dottor John Woodward, medico e antiquario, il quale, nel 1707, scrisse che il Grande Incendio, seppur disastroso, si era rivelato una benedizione sotto mentite spoglie.
Degli edifici post-incendio, purtroppo, oggi non ci rimane molto: alcuni furono demoliti dai vittoriani, moltissimi altri distrutti dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale. A memoria del Great Fire, restano il Monument, eretto per commemorare l’incendio, alcune sale delle Compagnie di Livrea, qualche sparuto edificio civile, ed una parte delle chiese progettate da Wren, tra cui, soprattutto, la magnifica cattedrale di St. Paul’s.

Marble Hill, un’elegante villa settecentesca

25/07/2016

img_20160724_201031.jpgNel XVIII secolo, poco più a ovest di Richmond, le rive del Tamigi consistevano di prati ed orti, qua e là punteggiati da piccoli villaggi, come quello di Twickenham. In queste zone, bucoliche e tranquille, da quando era stata stabilita la residenza reale di Hampton Court, era divenuto di moda, tra i nobili, farsi costruire ville di lusso, lontano dai miasmi e dal trambusto della città. Queste residenze erano facilmente raggiungibili via fiume. La barca, infatti, restava il mezzo privilegiato per chi non voleva subire il disagio delle strade di Londra e la tortura di lunghi e massacranti viaggi in carrozza.

Verso il primo trentennio del Settecento, in opposizione al barocco, cominciò ad affermarsi il gusto per un’architettura più semplice e lineare, ispirata allo stile classico di Vitruvio e ai disegni dell’architetto veneto Andrea Palladio. I suoi libri sull’architettura circolavano a Londra in edizioni economiche e gli architetti, quelli che potevano viaggiare, si recavano in Italia per studiare le sue opere dal vivo.
Non sorprende, dunque, se anche l’amante di re Giorgio II, Henrietta Howard, contessa di Suffolk, si fece progettare la casa da Colen Campbel, architetto fondatore del neopalladianesimo. I disegni realizzati da Campbel per Marble Hill differiscono dall’edificio costruito tra il 1724 e il 1729 per Henrietta. Molto probabilmente il progetto iniziale per la casa fu modificato per contenere i costi. Marble Hill House è una residenza molto fine, che, assieme alla vicina Chiswick House, in costruzione negli stessi anni, scatenò un vero e proprio entusiasmo per il palladianesimo, che divenne lo stile  ‘georgiano’ per eccellenza, sia in Gran Bretagna che in America, soprattutto per le grandi tenute di campagna o delle ricche piantagioni.

img_20160724_201132.jpgHenrietta Howard, figlia di un baronetto del Norfolk, era rimasta orfana in tenera età ed aveva contratto un matrimonio infelice con il violento e dissoluto figlio del conte di Suffolk. Separatasi di fatto, e divenuta dama di compagnia della principessa di Galles, ben presto, con il beneplacito della padrona, assunse il ruolo di amante ufficiale del futuro re Giorgio II. Henrietta fu donna di grande personalità, che seppe circondarsi di amicizie importanti, come il poeta Alexander Pope, lo scritttore Jonathan Swift ed il drammaturgo John Gay. Henrietta, stanca di intrighi ed invidie, ed intuendo una certa freddezza da parte del regale amante, abbandonò la corte nel 1733 e si ritirò nella pace idilliaca di Marble Hill House. Fu in questo luogo, lontano dagli obblighi della vita ufficiale, che passò il resto della sua vita. Sappiamo che fu felicemente sposata al politico George Berkeley e che, in vecchiaia, strinse amicizia con Horace Walpole, il quale stava costruendo la sua villa neogotica, Strawberry Hill, dall’altro lato di Twickenham. Henrietta morì a Marble Hill nel 1767 e la sua casa passò a vari inquilini illustri, tra cui Lady Fitzherbert, amante (e moglie illegale) del futuro re Giorgio IV, ed il deputato Jonathan Peel, fratello del Primo Ministro, Sir Robert Peel. Dilapidata e poi abbandonata, alla fine dell’Ottocento Marble Hill rischiava la demolizione. Fortunatamente, la strenua opposizione dei residenti ed una legge ad hoc del Parlamento, promulgata nel 1902, fece della tenuta e della villa un’area protetta ed aperta al pubblico.
La villa, tuttavia, dovette attendere fino al 1965 per essere restaurata e riportata all’antico splendore settecentesco. English Heritage, che la gestisce dal 1986, ha in seguito recuperato parte dell’arredamento originario, come i paraventi di lacca cinese, i tavoli dal gusto esotico, le belle tele con i capricci  di Giovanni Paolo Pannini e una serie di pregiati ritratti, tra cui quello di Henrietta, commissionato da Alexander Pope e dipinto da Charles Jervas, nel 1724.
La dama appare vestita semplicemente, priva di gioielli e con i capelli sciolti, a simboleggiare una donna della ragione nell’età del razionale palladiano. Ma, proprio come l’interno della sua casa, pieno di colori e cineserie, la semplicità dei modi di Henrietta, patrona delle arti ed intellettuale di talento, fu animato da vivacità ed esotismo.


Nature morte olandesi a Londra

19/07/2016
Jan Van Huysum, "Vaso di vetro con fiori, papavero e nido di fringuello" (dettaglio) - 1720-21 (acquisizione X9134) - The National Gallery

Jan Van Huysum, “Vaso di vetro con fiori, papavero e nido di fringuello” (dettaglio) – 1720-21 (acquisizione X9134) – The National Gallery

Oggi vi consiglio (se già non lo avete fatto) una visita alla piccola, ma esaustiva mostra di nature morte olandesi, attualmente alla National Gallery. Dutch Flowers è totalmente gratuita ed è la prima rassegna del genere allestita nel Regno Unito negli ultimi vent’anni. L’esposizione affianca opere della collezione del museo a prestiti privati. I 22 quadri, tutti eccellenti, sono disposti su tre pareti, corrispondenti alle tre fasi evolutive della pittura botanica olandese.
Le prime composizioni floreali sono disposte simmetricamente, affiancando idealmente fioriture di diverse stagioni. Ogni fiore è colto singolarmente, per poterne ammirare meglio le qualità, così come gli insetti che popolano il quadro. Siamo nel primo quarto del XVII secolo, quando i gentiluomini olandesi si dilettavano nello studio della botanica, scambiandosi idee, semi e bulbi, e cercando di ibridare nuove, magnifiche specie. I tulipani erano costosissimi, alcuni bulbi potevano arrivare a costare cifre esorbitanti. I quadri di questa sezione sono dunque lezioni di botanica ideale, in cui si esprime la bravura del pittore, il prestigio del committente e, sempre, un accenno alla vanitas, alla caducità delle cose terrene: petali appassiti, piccole gocce di rugiada, fragili uova in nidi di piume e di muschio, frutti guastati da volatili o insetti.
Gli esempi di questa prima sezione vanno dalla composizione magistrale di Jan Brueghel il vecchio, ai fiori in un bicchiere di Roelandt Savery (1613), ai saggi di bravura di Ambrosius Bosschaert il vecchio, che, su lastra di rame, dipinge un vaso di fiori incorniciato da una nicchia, sul cui bordo riposa una farfalla. Il tema verrà ripreso da un suo allievo, Balthasar van der Ast, nel 1623. Il quadro, dal titolo “Narciso ed altri fiori in un Römer in una nicchia”, rimanda a Bosschaert per l’esecuzione dei tulipani e della farfalla, e ribadisce nell’iscrizione in basso, il tema della vanitas. Successivamente, verso la seconda metà del XVII secolo, i bouquet di fiori assumono un andamento asimmetrico e meno rigido, con una sovrapposizione di foglie e corolle più naturale. Ciò non toglie nulla ai virtuosismi, come il vaso di aquilegie e peonie dipinto da Dirck de Bray nel 1671.
Alla maestria nel rendere i fiori, si unisce il realismo con cui sono rese le venature del tavolo di marmo e il dettaglio della coccinella.
Tra i maestri del secolo d’oro, sono in mostra anche due opere della pittrice Rachel Ruysch.
Nata a L’Aia, nel 1664, crebbe ad Amsterdam, dove suo padre, Frederik Ruysch, anatomista, collezionista e professore di scienze naturali, era direttore dell’orto botanico di quella città. Rachel fu allieva di Willelm Van Aest, maestro di Delft, e le sue composizioni floreali si distinguono per la tavolozza sofisticata e un uso drammatico delle curve e delle diagonali.
Tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, altro importante esponente della pittura floreale olandese è Jan Van Huysum. Le sue nature morte si distinguono per il realismo accentuato e
per la sapiente distribuzione di corolle, foglie, insetti e frutti. Appassionato di fiori fin da bambino, Van Huysum possedeva un giardino e si faceva rifornire dai vivai di Haarlem.
Nella natura morta dipinta nel 1720 tutti i dettagli, dal vaso di vetro, ai papaveri, al nido di fringuello intessuto di muschio, sono accuratissimi.
Più avanti, il pittore adatterà il suo stile ai gusti rococò e la sua tavolozza vertirà su colori più chiari e delicati. Esponente di quest’ultima fase delle nature morte olandesi è Jan Van Os, eccellente esecutore di fiori e frutti, che, nel 1773 e nel 1793, sottopose anche dei dipinti alla Society of Arts di Londra.
Ormai le nature morte sono in grande formato, con composizioni arditissime e decorative, in cui fiori e frutti gareggiano in equilibrio su rovine archiettoniche e vasi anticheggianti.

Dutch Flowers resterà aperta fino al 29 agosto 2016. Orario prolungato tutti i venerdi sera, fino alle 21:00.

Brexit: riflessioni del giorno dopo

25/06/2016
Fonts: Domenico Rosa per Il Sole 24 ore

Fonts: Domenico Rosa per Il Sole 24 ore

Ho aperto questo blog nove anni fa (ne sostituiva un altro, dallo stesso titolo, creato agli esordi della mia avventura londinese, nel 2004, dove abbozzavo pensieri vari). Gli ho dato il nome del quartiere dove abito, che negli anni è divenuto casa. Il blog, invece, si è trasformato: meno diario e più contenitore di articoli e recensioni. Del resto, i siti, portali e blog di italiani a Londra, si sono via via moltiplicati, e io sono stata ben contenta che la discussione si allargasse, e chi fosse appena arrivato o stesse per arrivare, potesse trovare riferimenti e consigli pratici (che non è mai stato il mio scopo). Sono passati 12 anni e mi sono integrata, pur restando italiana e cittadina europea. Il mio passaporto EU era sufficiente, i servizi di cui ho usufruito, saltuariamente, nel tempo, non mi sento di averli “rubati” perché ho sempre pagato le tasse e non ho mai chiesto un pound di benefits. Ho studiato in un’università inglese, ho ottenuto una qualifica professionale nella City e ho lavorato per istituzioni culturali britanniche, con i miei soli meriti, capacità e soldi. Non sempre ho dovuto sborsare: grazie ai fondi stanziati dalla tanto denigrata EU, ho potuto seguire, gratuitamente, un corso di inglese, per conseguire il diploma IELTS, e vari corsi di business per piccole imprese. Dopo una campagna elettorale demonizzante e bigotta, si è arrivati alla Brexit e io mi ritrovo oggi “extra-comunitaria” e consapevole di non essere gradita al 51% di questo Paese. Per fortuna, abitando a Londra, ho incontrato ed incontrerò solo una piccola percentuale di questi individui, ma tant’è, ho potenzialmente meno diritti di prima. Sono qui da tanto e non ho remore o impedimenti nel chiedere di essere naturalizzata. Se io mi ritrovo “aliena”, un 48% di persone, per la maggior parte sotto i quarant’anni, si sono risvegliate alienate dal proprio Paese. Mi dispiace per loro, e per moltissimi miei amici e colleghi. Londra è sempre stata un magnete, anche quando io ero adolescente, i voli erano proibitivi, ed il Regno Unito era segnato dal liberismo della Thatcher (che, ricordiamolo, fu strenuamente anti-europeista), gli scioperi dei minatori, la guerra delle Falklands e gli attentati dell’IRA. Non sarà la fine. Tuttavia, per tanta gente che ho incontrato in questi anni, è come se il British Empire non fosse mai tramontato, e questo rigurgito di “splendid isolation” non mi sorprende affatto. Mi preoccupa però il serpeggiare trionfante di certe destre xenofobe e populiste, la guerra dei poveri fomentata da divisioni ed ineguaglianze, e il rifiuto di vivere ed accettare un ventunesimo secolo sempre più globalizato, con tutto il buono e cattivo che questo implica. È presto per sapere come andrà e non mi improvviso economista, avendo dedicato i miei studi alla storia e all’arte. Sicuramente accordi verranno fatti per rendere lo strappo meno doloroso. Il processo sarà molto più lungo di quello che si pensa e gli stessi Brexiteers ne ignorano le conseguenze (anche se, pare, alcuni si siano già pentiti di aver votato Leave). Staremo a vedere…


Inaugurata a Londra la New Tate Modern

20/06/2016

Questo slideshow richiede JavaScript.


Venerdì pomeriggio sono stata alla Tate Modern per l’inaugurazione della Switch House, il nuovissimo edificio che si aggiunge al corpo principale di quella che era la Bankside Power Station. La Switch House è stata progettata dagli stessi architetti che avevano ristrutturato la vecchia centrale: Herzog & de Meuron. L’estensione consta di 10 piani, e, i primi due, già esistenti (si tratta dei locali delle vecchie cisterne d’olio, che erano stati inaugurati anni fa), oltre ad un ponte interno, la collegano alla struttura esistente. L’edificio è alto 65 metri ed è rivestito da mattoni, per amalgamarsi alla muratura della ex Power Station, costruita negli anni Trenta. La Turbine Hall, nonostante l’estensione, continua a rimanere l’elemento centrale della nuova Tate Modern, raccordando la Boiler House e la Switch House. L’estensione, che ha una superficie sfaccettata, sottolineata da feritoie e movimentata dall’uso di mattoni, ricorda una moderna ziggurat. La Switch House è un edificio dove ammirare opere d’arte, assistere a performances, incontrare gente, imparare. Ci sono sale dedicate a sculture contemporanee, fotografie, installazioni, le produzioni inconsce dj Rebecca Horn, le aracnidi di Louise Bourgeois, l’arte povera di Marina Merz. I volumi si espandono e si contraggono, e le scale, curvando e zigzagando, arrivano fino al decimo piano, dove una terrazza panoramica offre nuovi scorci della città e tramonti carichi di nubi. Persino la stazione della metropolitana di Southwark ha ricevuto un restyling. I tondi iconici con il nome della stazione, sono stati infatti ridipinti da Michael Graig-Martin.

 


Al Parlamento di Londra, un’opera celebra le suffragette

16/06/2016
wp-1466062038658.jpegVarcare la soglia del Parlamento dà sempre un po’ di emozione, e ieri l’ho fatto per visitare un’opera luminosa dell’artista Mary Branson, dal titolo: “New Dawn”.
La scultura è composta da elementi luminosi, dei rotoli di vetro soffiato (riferimento agli atti conservati negli archivi parlamentari) montati su saracinesche (emblema del Parlamento). Questi, combinati assieme, formano 168 simboli di Venere, e rappresentano le donne che combatterono per il diritto al voto. La scultura cambia colore e le diverse tonalità servono a riflettere le varie organizzazioni coinvolte nella campagna, dalle suffragette del WSPU e della National Union a quelle della Freedom League. Il titolo dell’opera, invece, è desunto dal linguaggio politico delle suffragette, che vedevano nel voto alle donne l’alba di un nuovo giorno.
“New Dawn” è installata nell’ala più antica del Palazzo, la Westminter Hall, proprio sopra l’ingresso della St Stephen’s Hall, luogo che vide numerose riunioni e proteste. È il primo pezzo di arte astratta contemporanea ad entrare nella collezione permanente del Parlamento.
Inaugurata il 7 giugno scorso, ricorrenza dei 150 anni dalla campagna per il voto alle donne, “New Dawn” può essere ammirata gratuitamente prenotandosi qui. Le visite sono disponibili dal lunedì al sabato, dalle 9:00 alle 17:30, fino al 1 settembre, e bisogna munirsi di un documento di identità.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 147 follower