Al British Museum, gli acquerelli italiani di Francis Towne

24/01/2016

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Francis Towne, “The Roman Forum” (1780), Nn,3.15. Credit: The Trustees of The British Museum

‘Grazie per il tuo voto alle elezioni degli associati e per l’amicizia che mi hai dimostrato, ma tu mi chiami un maestro di disegno di provincia! … Non ho mai avuto intenzione di vivere la mia vita, se non professandomi un Pittore di Paesaggio.’
Con queste parole, nel 1803, l’artista inglese Francis Towne si rivolgeva al suo amico Ozias Humphry, dopo aver invano richiesto, alla Royal Academy, di aprirgli le porte come membro associato. Nel 1805, il pittore, ormai sessantaseienne, decideva di allestire una personale in una galleria londinese, nei pressi di Grosvenor Square. Tra le varie opere, figuravano quelle che Towne stesso considerata fondamentali nella sua carriera di paesaggista: gli acquerelli dipinti durante il Grand Tour del 1780-81. Alla sua morte, nel 1816, tutti i disegni e gli acquerelli furono donati, per sua espressa volontà, al British Museum. Ma gli evocativi paesaggi italiani, gli scorci di Roma e della campagna laziale, i panorami inglesi, caddero presto nel dimenticatoio. Dopo l’eccitante espressività di Turner, ai critici vittoriani piacevano di più quegli acquerelli di paesaggio che fossero colorati e drammatici. I vedutisti e ‘topografi’ del XVIII secolo, apparivano loro monotoni e spenti. Fu solo grazie allo studioso Paul Oppé, e ad un suo articolo su Francis Towne, apparso nel 1920, che l’artista, con il suo uso magistrale di tinte profonde, dal bruno, al viola, al marrone brillante, fu improvvisamente riscoperto e rivalutato. Ora, nel bicentenario della morte, una bella mostra gratuita, al British Museum, celebra l’abilità e sensibilità di questo artista, esponendo la serie completa dei suoi acquerelli italiani, che riassumono, con eleganza, il gusto e l’interesse per i viaggi di istruzione. Formatosi a Londra, Towne, nel 1763 si trasferisce ad Exeter, dove si guadagna da vivere insegnando disegno a ricchi e nobili dilettanti. Dopo un breve viaggio in Galles, nel 1777, si specializza in acquerello e, nel 1780, intraprende il Grand Tour, con destinazione Roma. Il soggiorno si rivela altamente produttivo. Towne passa anche un mese a Napoli, nel 1781, assieme al pittore Thomas Jones. Nonostante una febbrile attività, che lo vede lavorare al fianco di altri artisti viaggiatori, come John ‘Warwick’ Smith, e il suo vecchio amico di Londra, William Pars, per Francis Towne il percorso sembra più importante della destinazione. Si sofferma a ritrarre la campagna romana, registrando abilmente rami e fronde, boschi e radici aggrovigliate, fino agli alti pini di Roma, che si stagliano dietro muri screpolati. E poi, naturalmente, c’è Roma, una città sospesa nel tempo, sconosciuta al turismo di massa, con le rovine imponenti del Colosseo, del Foro o delle Terme di Caracalla, testimoni mute e quasi deserte, del disfacimento di un grande Impero, popolate solo da erbacce, un carretto, una tenda, o qualche sparuta figura, profilate contro un cielo quasi piatto. Il viaggio di istruzione è un impegno creativo. A Roma Towne tenne un diario meticoloso, oggi perduto, che trova un’eco nelle iscrizioni, spesso prolisse, aggiunte sul retro dei suoi disegni. A differenza di altri artisti, Towne, pur scoprendo idee compositive, acquistando una monumentalità alla Piranesi, e scambiando esperienze con altri pittori, mal sopporta il soggiorno italiano e decide di tornare in Inghilterra. Qui cercherà di incorporare l’esperienza romana, nella realizzazione dei paesaggi successivi, anche se le committenze, via via, andranno scemando, e, per il resto della sua vita, dovrà inseguire invano il riconoscimento della Royal Academy, e sempre lottare per rivendicare il suo status di artista serio. Nati come studi ed esercizi, gli schizzi italiani sono oggi il suo testamento.

 


A Londra, una mostra sulla Rivoluzione Francese

20/01/2016

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La Rivoluzione francese ha rappresentato un cambiamento socio-politico radicale in Francia e ha esercitato un’enorme influenza sull’Europa. 
La Rivoluzione ha attraversato diverse fasi, dagli eventi cardine dell’estate 1789 (la creazione di una Assemblea nazionale dei rappresentanti del Terzo Stato – la gente comune -, la presa della Bastiglia da parte della folla parigina e l’approvazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino ) alla Costituzione formulata dall’Assemblea nazionale nel 1791 e, successivamente, l’abolizione della monarchia, nel 1792.
Queste diverse fasi della rivoluzione furono tutte parte di un processo di disgregazione, in cui il vecchio ordine sociale crollò e una nuova struttura emerse, affermando idee di sovranità popolare, uguaglianza e libertà.
Diverse ragioni possono aver contribuito alla rivoluzione francese: un forte bisogno di cambiamento radicale, il peso del debito, il malcontento e la disuguaglianza sociale, l’ostinata resistenza dagli aristocratici contro ogni tentativo di riforma, l’aumento dei prezzi del pane, l’esempio della guerra di indipendenza americana (1775-1783), e l’emergere di una borghesia di primo piano.Tuttavia, Robert Campbell [*] ha sottolineato che “non esiste una teoria generale del perché sia avvenuta la Rivoluzione Francese”.
La caduta della Bastiglia e, nel mese di agosto 1789, la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, segnano la fine del feudalesimo e i privilegi della nobiltà e del clero. La sovranità si trasferisce alla Nazione, in contrasto con l’assolutismo del re.
Revolution under a King: French Prints, 1789-92 è una mostra gratuita allo UCL Art Museum , che presenta una selezione di stampe, realizzate nei primi anni della Rivoluzione. Curata dal professor David Bindman e dal dottor Richard Taws, l’esposizione mette in luce come gli eventi rivoluzionari siano stati comunicati in tutta Europa attraverso la stampa e la potente combinazione di immagine e testo.
La mostra prende in esame i primi tre anni della Rivoluzione, quando il re era ancora sul trono, e si articola attraverso un insieme di stampe a colori, opere grafiche, ceramiche ed anche una selezione di medaglie.
Si tratta realizzazioni immediate e spontanee, che nascono a ridosso degli eventi, e producono un impatto diretto sulle masse. Il re, inizialmente, è un monarca istituzionale, che ha giurato fedeltà alla Francia e alla legge della Federazione, e che, nelle stampe, indossa il berretto frigio.
Tuttavia, nei tre anni che seguono la caduta della Bastiglia, Luigi XVI, non smette mai di sperare di riavere i suoi poteri. Il fallimento del piano di fuga verso il Belgio e il proclama di Brunswick, con cui la Prussia minaccia la Francia di invasione, lo mettono in cattiva luce. Ormai prigioniero, con la sua famiglia, prima nel palazzo delle Tuileries, poi nella prigione del Tempio, alla proclamazione della Repubblica, perde l’ultima parvenza di regalità, per divenire il cittadino Luigi Capeto.
Un cittadino scomodo, che verrà giudicato colpevole di alto tradimento dalla Convenzione Nazionale e ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

 

[*] Robert Campbell,“The Origins of the Revolution in focus”, in Peter R. Campbell, ed., The Origins of the French Revolution, Palgrave, 2006, p 9.

 


A Londra il Museo della Felicità

18/01/2016

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Oggi è il lunedì più triste dell’anno, il Blue Monday. Le ragioni per cui questo sia scientificamente provato, le abbiamo esplorate in un precedente post.
Invece, esistono degli antidoti semplici e gratuiti per rimediare al malumore dell’inverno. A Shoreditch, un nuovo museo estemporaneo, si è proposto di risollevare gli animi dei londinesi. In prima mondiale, il Museo della Felicità, ha occupato per soli tre giorni (da sabato mattina ad oggi pomeriggio) uno spazio speciale nel mercato coperto di Spitalfields, offrendo, tra tende, gazebo e playshops una serie di laboratori di disegno, canto, e danza, esercizi di consapevolezza guidata, lezioni di yoga della risata, e perfino uno spazio filosofico per riflettere sulla scienza della felicità. Ai bambini e agli adulti è stata anche offerta la possibilità di indulgere in attività meramente ludiche come farsi pitturare il viso o immergersi in un pozzo pieno di palline. Gli organizzatori hanno ideato un luogo dove non solo pensare alla felicità – ma forse provare a sentirsi un po’ più sereni.
The Museum of Happiness è diventato così un luogo dove divertirsi, incontrarsi, ma anche un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica. La depressione, infatti, è la prima causa di disabilità in tutto il mondo.


David Bowie e la sua Londra

13/01/2016

IMG_0851~2#1Due giorni fa, Londra (e non solo) si è svegliata incredula alla notizia della morte di David Bowie. I fan, oltre a ricordarlo sui social media, si sono radunati a Brixton, creando un santuario improvvisato, con fiori e biglietti, davanti al murales del Ritzy cinema.
David Jones, in arte David Bowie, era nato al numero 40 di Stansfield Road, proprio a Brixton, ed aveva passato la prima giovinezza e gli anni di gavetta nel sud est di Londra. Dopo aver frequentato la scuola materna a Stockwell, David si era trasferito con la famiglia a Bromley, quartiere in cui aveva frequentato varie scuole, diplomandosi alla Bromley Technical High School di Oakley Road (oggi Ravens Wood School), con il voto più alto in materie artistiche. Per un breve periodo, aveva anche proseguito gli studi alla Scuola d’Arte di Croydon, ma aveva lasciato per dedicarsi completamente alla musica. Lo vediamo collaborare, nei primi anni Sessanta, con vari gruppi del sud, tra Orpington, Maidstone e Margate. Poi,  nel 1965, decide di cambiare il suo nome in David Bowie. Nel 1969, dopo alcuni mesi vissuti a Kensington, si traferisce di nuovo a sud-est, andando a vivere all’interno 1 di 24 Foxgrove Road, a Beckenham. È in quest’area di Londra che, nel maggio dello stesso anno, Bowie dà vita al Beckenham Arts Club, inizialmente un folk club, nei locali del Three Tuns pub (ora Zizzi). Bowie apparirà anche al primo festival libero di Beckenham, ma, ormai, gli ideali hippy non fanno più presa ed è in arrivo una rivoluzione. A luglio del 1969 esce il singolo “Space Oddity”, e, a ottobre, David, cambia di nuovo casa. Sempre a Beckenham, al numero 42 di Southend Road, in una casa vittoriana: Haddon Hall. L’appartamento al piano terra, dove Bowie mette dimora, ha un soffitto argentato, una grande finestra  e un giardino dove intrattenere gli amici. Parlando della genesi di “Life on Mars” Bowie ricordava un giorno di essere stato al parco e poi di aver camminato fino a Beckenham High Street, per prendere l’autobus fino a Lewisham, dove voleva fare un po’ di shopping. Ma il riff della canzone si era installato così prepotentemente nella sua testa, che, dopo appena due fermate, aveva deciso di scendere e tornare a casa per scrivere il pezzo. Purtroppo, Haddon Hall non esiste più; al suo posto, sono sorti degli appartamenti. Tuttavia, si vede in alcune foto, scattate da Mick Rock, che ritraggono Bowie davanti e all’interno dell’edificio.
bowiehaddon~2Nel 1972 l’album “Rise and Fall of Ziggy Stardust” viene alla luce. Le sue radici sono ancora a sud della città, È a Haddon Hall, che nasce il personaggio androgino di Ziggy Stardust, i cui abiti fantasiosi furono cuciti proprio qui, mentre il taglio di capelli venne elaborato da Susi Fussey, una parrucchiera di Beckenham. Gli stivali a zampa rossi e neri, vennero invece fatti fare su misura a Penge, da Stan Miller della Greenaway and Sons. Le canzoni dell’album nacquero in uno studio improvvisato, nel sottoscala di Haddon Hall.

photo: © Ottavia Castellina

photo: © Ottavia Castellina

Alcuni pezzi, furono provati al secondo piano del Thomas A Becket, un pub che, sopravvive ancora oggi, finalmente restaurato, al 320 di Old Kent Road. Con l’arrivo del grande successo, Bowie lascia Beckenham, per trasferirsi a Maida Vale. Gli anni a sud del fiume erano ormai finiti. Ma è qui che i londinesi lo vogliono celebrare.

 

 


A Londra, due Festival delle Luci

07/01/2016

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Per molti, gennaio è un mese deprimente: freddo e buio ci attanagliano, e le Feste sono ormai alle spalle, con tutto il carico di buoni propositi destinati a naufragare, un girovita appesantito e la poca voglia di rimettersi al lavoro. La luce, si sa, può allontanare il malumore. Un doppio appuntamento gratuito con un festival delle luci, è l’evento da non mancare. Londra è una città all’avanguardia nell’attuazione di iniziative artistiche, che rappresentano, allo stesso tempo, un intervento di decoro urbano (basti pensare ai tanti ‘sculpture trails’ che ogni anno mettono cittadini e visitatori in contatto con nuovi linguaggi artistici o permettono loro di scoprire aneddoti e storie interessanti).

Un festival delle luci è l’occasione perfetta per fare una passeggiata, da soli o con amici, alla scoperta di installazioni luminose create da artisti britannici ed internazionali, allo scopo di stupire, divertire, ma anche far riflettere.
L’iniziativa, delimitata ad una o più aree di intervento, è non soltanto un’occasione di riqualificazione urbana e di coinvolgimento pubblico, ma, ripetuta nel tempo, si pone anche come interessante attrattiva turistica.

A Canary Wharf, dall’11 al 20 gennaio, Winter Lights offre ai visitatori un tour di 18 installazioni luminose, che includeranno farfalle di luce, un alieno di oltre 5 metri, e una scultura al neon creata dal palestinese Alaa Minawi, in solidarietà con i rifugiati siriani.

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A complemento del festival, nella lobby di One Canada Square, si potrà anche visitare la mostra di Nathaniel Rackowe, dal titolo “The Luminous City”.
Dal 14 al 17 gennaio, Lumiere London trasformerà ogni sera le strade del centro, tra Westminster e King’s Cross. Anche qui si potranno ammirare le opere di una ventina di artisti internazionali, tra cui Julian Opie, Sarah Blood e Porté par le Vent, che, dopo il successo in Francia e a Gerusalemme, porteranno Les Luminéoles, un affascinante spettacolo di pesci fluttuanti, nel cuore di Piccadilly.
Questi eventi gratuiti, seguono l’esempio di altri festival europei di successo (basti citare la Fête des Lumières di Lione) e, oltre ad attirare migliaia di londinesi e visitatori, si spera riusciranno come antidoto al post-holiday blues.

 


Il 75 ° anniversario del “Blitz”, a Londra

30/12/2015

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La mattina del 30 dicembre 1940 la City di Londra era ridotta ad un cumulo di macerie fumanti. Winston Churchill aveva esortato vigili del fuoco, vigilanti ed ausiliari a salvare la Cattedrale a tutti i costi. Simbolo di resilienza e di speranza, St Paul’s apparve sulla prima pagina del Daily Mail, indomita, fluttuante su un inferno di fumo ed edifici in fiamme. La celebre fotografia, scattata da Herbert Mason, fu intitolata “War’s Greatest Picture”. Il “Blitz” del 29 dicembre 1940 fu il più pesante tra i bombardamenti subiti dalla città. L’incursione era stata programmata per coincidere con un momento di bassa marea sul Tamigi, in modo da rendere difficile l’approvvigionamento d’acqua. Tra le sei del pomeriggio e le prime luci dell’alba, oltre 24.000 bombe ad alto contenuto esplosivo unite a 100.000 bombe incendiarie, furono sganciate su un’area enorme, che andava da Islington alla Cattedrale di St Paul’s. Si sprigionarono oltre 1400 incendi, alcuni dei quali provocarono tre grandi conflagrazioni ed una vera e propria tempesta di fuoco, che distrusse un’area maggiore di quella del Grande Incendio del 1666. Non a caso, la notte del 29 dicembre 1940 viene ricordata come il Secondo Grande Incendio di Londra. Otto chiese progettate da Sir Christopher Wren furono completamente distrutte, solo le pareti della Guildhall rimasero intatte e vennero colpiti molti ospedali e stazioni. Morirono più di 160 civili e 14 vigili del fuoco. Tantissimi furono i feriti. image

Ieri, per ricordare il 75 ° anniversario del più grande “Blitz” a Londra, il Fire Service Preservation Group (FSPG) ha organizzato una serie di eventi commemorativi per le vie della City. Alcune vetture ed autopompe dei vigili del fuoco della seconda guerra mondiale sono state messe in mostra davanti alla Cattedrale di St Paul. Moltissimi appassionati di rievocazioni storiche hanno partecipato all’evento, sia in veste di ausiliari e vigili del fuoco dell’epoca, sia come semplici cittadini.

La gloriosa motobarca Massey Shaw, che il 29 dicembre 1940 aveva fornito l’acqua del Tamigi agli equipaggi di terra, aiutandoli nelle operazioni antincendio, è stata rimessa in funzione nei pressi del London Bridge. Infine, alle 18:05 la sirena della stazione di Dowgate è stata fatta suonare, come in quella sera terribile, ed il corteo di vetture storiche ha attraversato le vie della City fino al monumento ai pompieri, dove si è tenuta una breve cerimonia.


A Londra, per un Natale alla Dickens

17/12/2015

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Manca una settimana al Natale. Londra è rutilante di luci, mercatini, vetrine piene di addobbi e dolci, locali affollati per cene e feste con colleghi e amici, cori natalizi e alberi inghirlandati, persone affaccendate con lo shopping e impegni vari. In mezzo a tanto “rumore”, fa bene allontanarsi un poco dalla pazza folla e ripercorrere le pagine di un libro, regalandosi una parentesi di sapore vittoriano.

A Christmas Carol (Un Canto di Natale) è una novella di Charles Dickens, che vide la luce il 19 dicembre del 1843. In essa, lo scrittore infuse un messaggio umanitario di pace e di misericordia, contro l’avidità e le ingiustizie sociali. Ambientato alla vigilia di Natale, in una Londra fredda e piovosa, il racconto gioca sul contrasto di luce e tenebre, caldo e gelo, ponendo il tirchio Ebenezer Scrooge nel cuore economico e finanziario della City, con tutto il suo corollario di avarizia, cinismo e potere, e situando l’impiegato Bob Cratchit in un quartiere subito a nord, là dove tutta un’umanità, più o meno disagiata, vive e spera, rallegrandosi nello spirito del Natale. Attraverso la visita di alcuni fantasmi, tra cui quello del suo vecchio socio, ormai incatenato ai propri peccati, il vecchio Scrooge si redime e cambia strada, accettando l’invito del suo unico parente, aumentando lo stipendio al sottopagato Bob Cratchit e dandosi alla filantropia. Nessuno meglio di Dickens ha saputo immortalare Londra, e, soprattutto, le zone e gli ambienti in cui lo scrittore aveva vissuto e lavorato, dalla orribile fabbrica di lucido da scarpe agli studi legali, senza dimenticare l’attività di giornalista, che lo aveva guidato in vari angoli, più o meno bui, della città. È per questa consuetudine di Dickens con Londra, che è ancora oggi possibile leggere le pagine di A Christmas Carol e ritrovare luoghi e suggestioni familiari. Mettetevi il libro in tasca o sotto braccio, e recatevi nella City, magari di domenica, quando uffici e locali riposano e le vie sono sgombre dal frenetico brulicare di bancari, avvocati, impiegati e agenti di borsa. Potrete unire alla passeggiata letteraria un tour piacevole di luci e decorazioni natalizie, a cui aggiungere, durante la settimana, anche un po di shopping e un drink restorativo. Partendo dalla cattedrale di St Paul’s, lungo la direttrice di Cheapside, soffermatevi davanti al Royal Exchange.

IMG_0691È qui che l’ultimo degli spiriti natalizi trasporta Scrooge, per fargli ascoltare chiacchiere e commenti poco edificanti di banchieri e agenti di borsa riguardo alla sua morte. Proseguendo a destra, verso Cornhill, potreste immaginare quale fosse il vicolo dove Scrooge aveva la sua ditta di contabilità. Un pub sulla strada porta il nome, non a caso, di The Counting House. Fu costruito nel 1893 come Prescott Bank, e le fondamenta poggiano sui resti dell’antica basilica romana. “L’antico campanile di una chiesa, la cui burbera vecchia campana guardava costantemente giù verso Scrooge, affacciata a una finestra gotica nel muro” non può essere altro che quello di St Michael Cornhill. Poco più avanti attraversate Gracechurch Street e tuffatevi nelle luci calde del mercato coperto di Leadenhall, un gioiello di architettura vittoriana, progettato da Sir Horace Jones (1881). Il mercato esiste qui dal medioevo, ed è in questo luogo, oggi spendente e ornato, che Bob Cratchit forse si era recato a comprare l’oca da cucinare per il pranzo di Natale.

IMG_20151213_165023Basta attraversare Leadenhall Market per ritrovarsi in Lime Street. Sulla strada torreggia, in tutta la fredda magnificenza dell’acciaio inox, l’edificio di assicurazioni Lloyd’s, progettato da Richard Rogers (1986). Nulla resta della casa di Scrooge, al numero 45, “una sfilata di stanze, già un tempo proprietà del socio defunto, in un vecchio e bieco caseggiato che si nascondeva in fondo ad un vicolo così buio, che lo stesso Scrooge, pur conoscendolo pietra per pietra, vi brancolava”.

Dopo questa passeggiata, potete concludere in bellezza con una visita al Dickens Museum, allestito in una casa Georgiana di Holborn. Qui Charles Dickens visse dal 1837 al 1839 e traslocò in seguito all’aumento dei componenti della sua famiglia e ad una maggiore agiatezza derivatagli dai suoi proventi di scrittore. Oltre a poter ammirare mobili, suppellettili e memorabilia, per tutto dicembre, sarete accolti da addobbi natalizi in stile vittoriano, e potrete partecipare ad eventi speciali, come una visita a lume di candela, la lettura del celebre Canto di Natale e un’apertura straordinaria, il 24, con performances teatrali, cori tradizionali e un salto in cucina, per seguire le istruzioni su come cucinare il Christmas pudding.

Poiché di questo dolce natalizio abbiamo già parlato, vi lascio con la ricetta per cucinare l’Oca alla Salvia come quella di Mrs Cratchit:

public-domain-vintage-color-illustrations-of-food-meat-turkey-and-poultry~2~2Ingredienti:

  • Un’oca intera svuotata dalle interiora, di cui terrete, se volete, una parte;
  • Per il ripieno: rondelle di mela, la buccia di un limone, salvia;
  • Per il brodo: frattaglie d’oca (o un dado), una cipolla, un gambo di sedano, una carota, prezzemolo, sale e pepe.

Procedimento:

Cuocete l’oca in forno, in una teglia capiente, dopo averla farcita con il ripieno di mele, limone e salvia, ed averla unta di olio o burro. Il forno deve essere regolato a 220 gradi per la prima ora di cottura e abbassato a 180 per gli ultimi 30 minuti. Girate l’oca ogni mezz’ora e assicuratevi che sia ben cotta, prima di tirarla fuori dal forno. Il grasso di cottura può essere mescolato a farina e brodo per realizzare una salsa da accompagnare all’oca.

“Un’oca simile non s’era mai data. Disse Bob che, secondo lui, un’oca di quella fatta non era stata cucinata mai. La sua tenerezza, il profumo, la grassezza, il buon mercato furono oggetto dell’ammirazione universale. Col rinforzo del contorno di mele e delle patate, il pranzo era sufficiente: anzi, come diceva tutta contenta la signora Cratchit, guardando ad un ossicino nel piatto, non s’era potuto mangiar tutto!”


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