Barocci, chi era costui?

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Nel 1523, i duchi della Rovere decisero di trasferire la corte da Urbino a Pesaro, condannando la città natale di Raffaello, culla del rinascimento ‘matematico’, della prospettiva teorizzata da Piero della Francesca e delle buone maniere dei gentiluomini, elencate dal Castiglione, ad un lento, inesorabile declino. Urbino era ancora un centro raffinato, seppur periferico, quando Federico Barocci vide la luce, nel 1535. Nato in seno ad una famiglia di artisti, astronomi ed orologiai, Federico mostrò da subito grandi doti nel disegno. Ispirato da Raffaello, si recò a Roma, dove potè ammirare le opere di Michelangelo e ricevere la sua approvazione. Nella città eterna, la carriera di questo promettente artista, aderente alla Controriforma, fu assai rapida e di successo e, forse, proprio quest’ultimo gli procurò invidie e nemici. Nel corso di una scampagnata, nel 1563, il Barocci per poco non rimase ucciso dal veleno, servitogli nell’insalata. Sopravvisse all’attentato, ma la sua salute non fu più quella di prima e fu sempre tormentato da violenti dolori di stomaco. Minato nel corpo, fece ritorno ad Urbino, dove poté condurre una vita dignitosa, lavorando per ricchi committenti, ordini religiosi e il duca Francesco Maria della Rovere II. Nella tranquillità della sua città, lontano dagli intrighi e dalla competizione degli ambienti romani, Barocci disegnava e dipingeva seguendo il suo ritmo e le proprie inclinazioni.  I bellissimi disegni, studi e schizzi dal vivo, realizzati a gesso, carboncino e pastello, costituivano parte integrante del suo metodo di lavoro; ammirati dai contemporanei, furono ricercati ed apprezzati dai posteri. Nei numerosi schizzi, l’artista si soffermava sulle luci, i gesti, la composizione e le forme di piedi e mani; i dipinti giunti fino a noi, al confronto, non sono molti, ma sortiscono l’effetto desiderato, mostrando un dinamismo e una tavolozza pittorica, che fanno del Barocci  il ponte ideale tra Rinascimento e Barocco.  Una mostra imperdibile, già allestita al St Louis Art Museum, e ora approdata alla National Gallery, con l’aggiunta di opere dall’Italia, che, per la loro fragilità, non avevano potuto affrontare il viaggio oltreoceano, dà la possibilità di scoprire (o riscoprire) questa personalità proto-barocca.
Il manierismo del Barocci si risolve in accostamenti cangianti di verdi mela, rossi squillanti, rosa esuberanti, azzurri carichi e gialli acidi. Una tavolozza stupefacente, che fece proseliti e tanto ispirò gli artisti dei secoli successivi, ma che, mista all’estasi religiosa, piacque poco agli inglesi (l’unica opera ad essere custodita in una collezione pubblica del Regno Unito, è ‘La Madonna del Gatto‘, 1575, alla National Gallery).
L’arte del Barocci è fortemente emotiva, le pennellate raccontano storie che somigliano a fiabe, e i tratti di matita e pastello fanno emergere volti e forme dalla carta, come se fossero dietro uno specchio d’acqua. Le scene religiose, pur pervase da fervore ed estasi, lasciano sempre spazio ad elementi di sorprendente verismo. Mirabili, nell’Ultima Cena, le nature morte dei piatti di ceramica a lustro e il cane assetato, che lambisce l’elaborato bacile, oppure le tenaglie e la corona di spine della Deposizione, le gallinelle nel paniere, sulla soglia della Visitazione, o, ancora, il gattino acciambellato sulla sedia, nell’Annunciazione. Gli ambienti sono stanze rinascimentali, forse proprio quelle del palazzo ducale, e Urbino, con le sue torri e le colline, è sempre presente, sullo sfondo o fuori dalla finestra.

Barocci: Brilliance and Grace
alla National Gallery, fino al 19 maggio 2013

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