I segreti di una suffragetta

emily davisonPer quasi un secolo, Emily Wilding Davison è stata considerata una squilibrata, una donna prona ad azioni sconsiderate e impulsive, non ultima, la fatale apparizione di fronte al destriero del re Giorgio V, all’Epsom Derby del 1913. La sua morte è stata interpretata come la ovvia conseguenza di un gesto da esaltata, oppure, di un folle atto suicida. In entrambi i casi, un’azione volta a dare notorietà alla causa del voto alle donne. Non ci sono dubbi che la Davison fosse una militante radicale. Donna colta e determinata, laureata in lingue, acuta nelle sue scelte, dal 1909 aveva abbandonato il lavoro di insegnante,  per dedicarsi totalmente alla Women’s Social and Political Union, con azioni di disobbedienza civile, che ancora oggi ne mettono in risalto l’intelligenza e lo spirito indomito. Una delle più argute ed efficaci di queste azioni, fu il rinchiudersi in un ripostiglio delle scope della Cripta di Westminster Hall, la notte del censimento (2 aprile 1911). Alle donne, che non potevano votare, paradossalmente veniva chiesto di compilare il modulo del censimento, e rispondere ad una varietà di domande, alcune molto personali.  Molte suffragette decisero di non farsi trovare in casa, vagando per la città. Emily passò invece la notte nel ripostiglio, così da figurare residente alla Camera dei Comuni. Sul documento del censo il funzionario scrisse: “Found hiding in the crypt of Westminster Hall since Saturday”. Dal 1999, per iniziativa del laburista Tony Benn, una placca commemorativa è stata affissa nel ripostiglio. Per il deputato, questo è uno dei pochissimi monumenti alla democrazia di tutto l’edificio.

Emily fu imprigionata nove volte per azioni violente (rottura di vetri di finestre, bombe incendiarie nelle buche delle lettere, lesioni…). In prigione, il freddo isolamento della cella, veniva interrotto bruscamente dall’arrivo delle guardie e del personale incaricato di nutrire a forza le suffragette in sciopero della fame. Il metodo era alquanto brutale. Le donne venivano immobilizzate, la bocca aperta a forza con una specie di forcipe, e un tubo era inserito giù per l’esofago. In alcuni casi, invece di perdere tempo ad aprire le mandibole della malcapitata, il tubo veniva infilato nella narice, causando estremo sconforto e dolore, mentre una sbobba di brandy, latte e uova si riversava nello stomaco. Questa tortura si ripeteva giornalmente, anche due volte al dì. Fu durante la detenzione a Holloway che Emily, per protestare contro il brutale trattamento, si gettò da una scala alta dieci metri, riportando fratture piuttosto serie. Questo gesto estremo, attuato per porre fine alle sofferenze delle compagne, fu come oltrepassare un limite. Uscita di carcere, con possibilità pari a zero di trovare un impiego, Emily si rituffò nella causa. Per ottenere visibilità, decise di partecipare ad un evento importante:le corse di cavalli di Epsom Derby. A quel tempo, migliaia di londinesi prendevano un giorno di ferie appositamente per assistere alle corse, ed il re e la regina erano tra il pubblico, a sostenere il loro cavallo Anmer. La Davison comprò un biglietto di andata e ritorno, segno che non aveva intenzione di suicidarsi. Quella sera stessa, infatti, avrebbe dovuto partecipare ad un ballo delle suffragette, e l’invito fu ritrovato nella sua borsa. Inoltre, aveva pianificato una vacanza in Francia, per andare a trovare la sorella Laetitia. Solo recentemente, però, un’inchiesta di Channel 4 ha chiesto ad un’equipe forense di analizzare i filmati dell’incidente,  girati il 4 giugno 1913 dal cinemagazine Pathé News.

Nel filmato, si vede chiaramente la Davison uscire sull’ippodromo, alla curva di Tattenham Corner. La si nota in piedi, al centro del circuito, avanzare verso il cavallo del re, fino a quando viene scaraventata a terra. Nelle analisi della pellicola, si nota che la suffragetta teneva tra le mani la fascia di seta del WSPU, con lo slogan “Votes for Women”. L’inchiesta ha concluso che il progetto di Emily non era quello di suicidarsi, né di afferrare le briglie di Anmer per disturbare la gara, quanto invece quello di presentare simbolicamente la bandiera del WSPU al sovrano, attaccandola al suo destriero, che avrebbe così tagliato il traguardo con i colori delle suffragette. Purtroppo la donna non aveva calcolato la forza di impatto di un animale in corsa a 55 km orari, che, trovandosela di fronte all’ultimo minuto, aveva cercato d’istinto di saltarla, inutilmente. Emily subì ferite e traumi fatali. Mentre giaceva priva di sensi all’Epsom Cottage Hospital, le arrivarono moltissime lettere, per la maggior parte ingiuriose. Una di queste missive, a firma “Un inglese”, descriveva Emily come indegna di esistere, le augurava di vivere nella tortura e chiedeva che la donna fosse chiusa in manicomio. La suffragetta non riprese mai più conoscenza e morì l’8 giugno 1913. Fu sepolta nella tomba di famiglia a Morpeth e sulla sua lapide è inciso il motto del  WSPU: “Fatti, non parole”.

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